Ca’ Roman. Due idee di territorio, due idee di futuro

Ca’ Roman · Ambiente, territorio, cittadinanza
Difendere un luogo significa anche scegliere quale idea di futuro vogliamo
Ca’ Roman non è soltanto uno degli angoli più preziosi della laguna veneziana. La mobilitazione contro il progetto delle 77 villette mette a confronto due modi diversi di intendere il territorio, il bene comune e lo sviluppo: da una parte la tutela dell’ambiente e una visione di lungo periodo, dall’altra la valorizzazione economica immediata e il consumo di suolo. Il presidio del 7 agosto ha reso visibile anche questa contrapposizione culturale e politica. Perché una scelta può produrre profitto, ma non per questo produce futuro.

Faccio outing. Lo confesso.

Amo le isole della laguna.

Amo Sant’Erasmo e l’ho raccontata qui.

Non nutro una particolare passione per le Vignole e nemmeno, a dire il vero, per la Certosa. Luoghi belli ma non c’è nulla di interessante per le mie corse e camminate.

Amo invece svisceratamente Pellestrina, con San Pietro in Volta e Portosecco. E amo Ca’ Roman, meta frequente delle mie incursioni sportive e ambientali.

A quest’isola ho dedicato un itinerario nel blog Correre Camminare Conoscere e, quando ho avuto il grande piacere di collaborare a De corsa per San Piero, ne ho fatto anche un racconto in una chiave un po’ particolare, per non trasformare l’isola in una cartolina.

Un bel itinerario lo ho dedicato anche a Ca’ Roman.

Tutto questo per dire che, pur essendo un “campagnolo” trevigiano, in laguna ci vengo spesso e credo di conoscerla abbastanza bene.

A Ca’ Roman per esserci

Non potevo quindi non sentirmi parte del movimento Salviamo Ca’ Roman quando è diventata di dominio pubblico la vicenda delle 77 villette.

Ho subito firmato, e fatto firmare, la petizione Ferma la costruzione delle 77 villette a Ca’ Roman, un appello lanciato da Alessio Boscolo.

E venerdì 7 agosto mi sono precipitato sull’isola quando è arrivata la chiamata per un presidio a difesa di quell’angolo straordinario che è Ca’ Roman, l’estremità meridionale della fascia di terra che separa il mare dalla laguna.

Non parlo soltanto della Riserva LIPU e del suo arenile. Parlo dell’intero ambiente che la circonda: l’area dell’ex colonia un tempo gestita dalle suore, successivamente venduta a privati e oggi in stato di abbandono, e il Villaggio Marino, fatto di semplici residenze estive e gestito da un’organizzazione di volontariato.

Sono stato molto contento di aver partecipato al presidio anche per una ragione che va oltre la specifica vicenda delle 77 villette.

Ho potuto toccare con mano i valori, la passione civica e l’impegno sociale di tante persone, organizzazioni e schieramenti politici.

Ho incontrato persone convinte che prendersi cura dell’ambiente sia un dovere civico; che il bene comune debba avere un peso nelle decisioni più degli interessi privati; che la questione climatica non possa essere separata dalle scelte che facciamo sul territorio; che sia necessario guardare oltre l’immediato e assumersi una responsabilità verso ciò che lasciamo a chi verrà dopo di noi.

Prendersi cura dell’ambiente è un dovere civico. Significa decidere oggi pensando anche a ciò che lasceremo a chi verrà dopo di noi.

Quando la difesa di un luogo diventa politica

E qui la vicenda di Ca’ Roman, inevitabilmente, diventa anche una questione culturale e politica.

Non necessariamente partitica.

La cultura — intesa come visioni, valori, obiettivi e modi di intendere il rapporto tra individuo, comunità e territorio — che ho incontrato nel movimento Salviamo Ca’ Roman, ha molti punti di contatto con quella che storicamente definiamo cultura progressista e con politiche tradizionalmente e nei fatti collocate a “sinistra” (anche se si dovrebbe trattare di valori universali, non di una parte.

Ma il suo perimetro è più ampio della sinistra storica e comprende anche una parte importante del mondo cattolico sensibile alle questioni sociali, ambientali e alla tutela del bene comune, un mondo ben rappresentato da Papa Francesco e -non ancora capito bene – se anche da Papa Leone.

Non è quindi facile sovrapporre questo mondo di Salviamo Ca’ Roman agli attuali schieramenti politico-elettorali.

Più facile, almeno ai miei occhi, è riconoscere la matrice culturale e politica che sta dall’altra parte.

Dietro l’idea che anche un luogo come Ca’ Roman possa essere trasformato in occasione di investimento immobiliare riconosco molti dei tratti che caratterizzano la destra contemporanea: la prevalenza dell’interesse individuale sul bene comune, la fiducia nel mercato come criterio di valorizzazione del territorio, la disponibilità a consumare suolo quando questo produce profitto, una scarsa considerazione per le conseguenze ambientali e climatiche delle scelte economiche compiute oggi.

Il tempo corto e il tempo lungo

È anche una questione di tempo.

Da una parte c’è chi prova a immaginare quale territorio vogliamo lasciare tra venti, trenta o cinquant’anni.

Dall’altra prevale troppo spesso l’interesse immediato: ciò che si può costruire, vendere, valorizzare economicamente oggi.

È questa visione corta che considero pericolosa.

Può produrre profitto, ma non produce futuro.

Perché la questione non riguarda soltanto Ca’ Roman. Riguarda il criterio con cui decidiamo che cosa abbia valore.

Un territorio può avere valore perché può essere edificato, trasformato, venduto e produrre un rendimento economico. Oppure può avere valore proprio perché rimane quello che è: uno spazio sottratto alla costruzione, lasciato alla natura, disponibile alla collettività e consegnato alle generazioni successive.

Sono due modi profondamente diversi di guardare allo stesso luogo.

E sono, inevitabilmente, due idee di futuro.

Anche i numeri raccontano due visioni

Il presidio di ieri, e anche alcune reazioni apparse sui social, mi hanno fatto percepire con particolare evidenza l’esistenza di queste due culture.

Emblematico, per me, il post che ha parlato di un “clamoroso flop” perché al presidio erano presenti “solo” alcune centinaia di persone, a fronte delle quasi 42.000 firme raccolte dall’appello.

Anche il modo di leggere quei numeri racconta qualcosa.

Si può vedere una sproporzione tra firme e presenza fisica e dichiarare un fallimento.

Oppure si può vedere che, in una afosa giornata d’agosto, alcune centinaia di persone hanno deciso di raggiungere Ca’ Roman per manifestare pubblicamente la propria idea di territorio e di futuro, mentre 42.000 persone hanno ritenuto quella stessa causa meritevole della propria adesione.

Sono due letture differenti dello stesso fatto.

E forse raccontano, ancora una volta, due modi diversi di guardare la realtà.

Quello che ci aspetta

Temo che davanti a noi non ci sia una grande stagione di confronto culturale.

Non credo che la contrapposizione si svilupperà principalmente attraverso una discussione pubblica sui valori e sulle differenti idee di sviluppo. Anche perché alla destra interessa poco rendere espliciti alcuni dei valori che sostengono concretamente queste scelte: individualismo, centralità dell’interesse privato e prevalenza del profitto sono assai meno facili da proclamare pubblicamente di quanto non sia praticarli nelle decisioni concrete.

Ho piuttosto l’impressione che vedremo molte carte bollate, avvocati, ricorsi e tribunali.

Sarà probabilmente anche lì che si giocherà il futuro di Ca’ Roman.

Ma questo non rende meno importante continuare a dire pubblicamente per quale idea di territorio e di futuro ci si batte.

I nostri valori continueremo a tenerli alti, bene in vista.

E con orgoglio.

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2 Commenti

  1. Sono Mestrina ma quando ho conosciuto Pellestrina,l’ho amata da subito 40 anni fa,ma poi l’ho potuta rivivere solo una decina di anni fa e ho insegnato ai miei figli ad amarla. Anche se l’età era quella da Jesolo/disco/movida…non ci hanno messo un minuto a capirne il potenziale! Pellestrina è entrata dentro l’anima anche a loro e questo progetto è un fallimento per tutti, soprattutto per il futuro dei giovani!

    1. Hai ragione ad essere preoccupata. Siamo in un’ epoca dove il concetto di bene comune non esiste. Prima l’ interesse individuale o di pochi
      Poi tutto ne consegue

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